CINQUANTESIMO ANNO
1957 - 2006
IL VELTRO - Rivista della Civiltà Italiana
fondata da Aldo Ferrabino e Vincenzo Cappelletti
Organo di "Presenza Italiana"
Cinquantesimo anno
Cinquant’anni: sembra una breve durata e lo è, rispetto alla natura, ma non a singole esistenze e neppure rispetto alla storia. Tempi altrimenti brevi bastano tuttavia alle sintesi, ai progetti, alle conversioni. Questa rivista nacque l’indomani di una guerra cinicamente voluta e tragicamente persa, per l’Italia . Si poteva reagire facendo appello alle tradizioni e alla speranza, o viceversa a entità concrete, ma ambivalenti, come il popolo e la patria. «Il Veltro» fu voluto da Aldo Ferrabino, presidente della Società Dante Alighieri, su un terreno tornato a essere risorgimentale per il timore di perdere l’italianissima Trieste: ma non condivise, se mai vi fu nell’ambiente al quale apparteneva, il patriottismo rissoso e il populismo riduttivo. Il nostro quotidiano lavoro c’immise in quelle dimensioni costitutive delle patrie archetipiche, aperte a tutti e virtuale possesso di tutti, che affondano le proprie radici nell’originalità della cultura e della civiltà. C’è un terreno della realtà umana, c’è una profondità del vivere, dove si forgia il pensiero che diventa teoresi e arte, scienza e diritto. E se la terra dove siamo divenuti uomini è uno spazio siffatto, quella terra ci è patria nel senso d’esserci madre e padre. Chi sia nato altrove, può attingere i nostri valori, e dà gioia vedere come ciò sia accaduto innumerevoli volte. Mentre le patrie altrui diventano e restano anche nostre, con la loro profferta di autocoscienza.
Per la comunità della rivista, autori e redattori, non immediatamente, non senza oscillazioni e titubanze, la patria venne convertendosi nell’identità spirituale della civiltà e della lingua che ci appartengono, ed è vivo il ricordo dell’anno, il ’61, quando il «Veltro» poté presentarsi in copertina come «rivista della civiltà italiana». Altre patrie subirono analoga trasformazione nel corso degli anni. E le nostre pagine poterono aprirsi al colloquio tra l’Italia e terre, tradizioni, culture diverse. Saremmo stati i soli a proporci con ostinazione questo obiettivo. A tal punto chiedemmo e ottenemmo di poter proseguire il lavoro editoriale in piena autonomia dalla committenza. La realtà che giunse ad appassionarci, fu il retroterra della storia, dove si plasma l’universale umano della metafisica, della scienza, della poesia, delle arti e del diritto: e i protagonisti della vicenda hanno avuto ciascuno una patria alla quale hanno ceduto o cederanno onore e meriti e affideranno la propria tomba. Così è di tutte le patrie, che assommano vittorie e disfatte, gioie e dolori, pietà e delitti, e sono geograficamente qui o là, piccole come Gerusalemme e Atene, o grandi come ieri Roma e oggi gli Stati Uniti d’America, la Russia, la Cina. Ma alla stregua delle civiltà, gli spazi si restringono, le moltitudini si riducono e le lingue trovano modo di trasporsi l’una nelle altre. Alla nostra ultima guerra, sfortunata sebbene vissuta con sublime coraggio, dagli eroici combattenti di El Alamein ai caduti di Cefalonia, il «Veltro» ha affiancato non tanto o non soltanto la patria italiana, ma la civiltà dell’Italia. Che non ha perso guerre, perché ne ha dichiarato e vinto una sola, contro il tentativo di separare umanità e perennità, conquiste dell’una e valori dell’altra. Che non ha chiuso frontiere e non si è vietata commerci di cultura, perché ha ambíto momenti universali dell’umana coscienza.
Ricercarle, queste culminazioni, discuterle e assimilarle, individuarne le forme che talvolta usano la semantica della prassi, dialettizzarle, se italiane, con altre di patrie diverse, è diventato nel trascorrere degli anni un lavoro che ci ha compensati con il respiro della schiettezza, della scoperta, della gioia. Ma c’è altro, di cui vorremmo far cenno. Ai percorsi che prevedono il raggiungimento di altitudini, è riservato l’aprirsi di prospettive inattese. Tale è stata per noi la percezione di una patria nuova, l’Europa, non difforme dalle patrie di ieri, tale anzi da assommarne e sintetizzarne originali conquiste e meriti eminenti. Gli anni Cinquanta, mentre la rivista nasceva, assistevano alla messa in atto di una dimensione affatto originale della politica, la cosiddetta «sovranazionalità». Determinati settori d’interesse, economico o progettuale, furono affidati da alcuni Stati europei, tra essi l’Italia, a un’autorità distinta e sovrastante. Questa radicale innovazione si arenò quando si volle estenderla al dispositivo militare, cioè al cuore dello Stato. Ma un’organica patria europea accennava a voler nascere, dotandosi della potestà obbligante, necessaria all’esistenza civile e all’azione storica.
Da allora la rivista si è affiancata a quanti abbiano tenacemente cercato di porla in essere, questa patria più grande. E i colloqui tra le civiltà delle patrie di ieri sono serviti a sostanziare la patria di domani, ad ampliare gli orizzonti di una civiltà destinata non a rintracciare e condannare difetti e colpe, ma positivamente ad alimentare ed arricchire un grande unitario soggetto della vicenda storica. Nell’evo antico, ignorando la verace dimensione del mondo, Roma aveva delineato il progetto di un'unica patria degli uomini. L’Europa non è questo, è un passo verso una meta che oggi sappiamo essere meno evidente e più lontana. Ma potrà anche bastare a sé, l’Europa, per una durata imprevedibilmente lunga. Durante la quale – è la nostra utopia - il «Veltro», passato dalle nostre ad altre mani, continuerà ad accompagnare la patria europea finalmente costruita, e a ricordarle le esaltanti idealità alle quali dalla sua origine è tenuta a dedicarsi.
IL VELTRO
Editoriale del N.5-6, 2006 del "Veltro"